I costi umani dietro al “Re Mida” iPad

Passata la sbornia da trimestrale, dei profitti raddoppiati (sulla cui sostenibilità nessuno si interroga…), del fatto che Apple capitalizza in Borsa più del PIL di stati sull’orlo del fallimento come la Grecia, passata la sbornia reaganiana dei 100 miliardi di dollari in cassaforte di Apple, il New York Times indaga sui costi umani dietro all’iPad. L’altro giorno Mister Gou, il signore delle ferriere di Foxconn, ha definito “animali” i suoi operai, salvo – goffamente e tardivamente – scusarsi.

Ma ormai la domanda che tutti si pongono è: come mai Apple, la più ricca azienda a Wall Street (testa a testa con Exxon Mobil per la corona), non crea posti di lavoro negli Usa?

La risposta è che, grazie agli schiavi di Foxconn, non ne ha bisogno. Produce 13 miliardi di dollari di profitti su oltre 43 miliardi di dollari di fatturato, ma ha circa 50 mila dipendenti – circa la metà di Microsoft. Apple ha la più efficiente supply-chain? Certo. Grazie (anche) al dumping sociale di Foxconn, l’azienda dei suicidi, delle esplosioni, degli avvelenamenti da N-esano

«Una volta che la Apple ha scelto un fornitore – confida al New York Times un anonimo (ex) manager – difficilmente si preoccupa se il codice di condotta è rispettato come garantito prima di firmare il contratto».

UPDATE: La risposta di Tim Cook è che Apple si preoccupa di ogni singolo lavoratore della supply chain, e chi dice il contrario è “falso ed offensivo”. Ai posteri…

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