Ai lavori forzati per iPhone 5

Wang Yu, un giornalista del Shangai Evening Post che si è spacciato per un operaio e ha passato 10 giorni nelle fabbriche dove si produce l’iPhone 5, quello che dovrebbe far crescere il PIL USA dello 0.5% (ma i 29 mila licenziamenti di HP sono calcolati da JP Morgan?). Il pezzo dall’amaro sapore dickensoniano è stato pubblicato dal Guardian.

Ecco come Yu, addetto all’assemblaggio del pannello posteriore di iPhone 5, racconta la sua esperienza (via Micgadget.com): “Un pannello posteriore di iPhone 5 giunge davanti a me ogni circa 3 secondi. Devo prendere il pannello e marcare 4 punti usando la penna in mio possesso e metterlo di nuovo sulla catena, rapidamente in 3 secondi senza errori. Dopo aver ripetuto l’azione per diverse ore, mi fa terribilmente male il collo e ho dolore ai muscoli del braccio. Un nuovo operaio di fronte a me era esausto e si è riposato per un attimo. Il supervisore l’ha visto e l’ha punito mettendolo in un angolo per 10 minuti come a scuola. Lavoravamo non-stop da mezzanotte alle 6 del mattino ma ci chiedevano ancora di lavorare perché la linea produttiva è basata sulla catena e a nessuno è permesso di fermarsi. Ho fame e sono stanchissimo. Sentivo un gran rumore di macchinari e una gran puzza di plastica. Il nostro supervisore ci avvisò: ‘Una volta seduti, fate solo quello che vi dicono di fare’. Il supervisore ci ha presentato il retro di iPhone 5 e mostrandolo ci ha detto: ‘Questo è il pannello posteriore del nuovo iPhone 5, dovreste essere onorati di avere la chance di produrlo’.

Tom’s hardware conclude, sconsolato: “Viene da chiedersi a che serva il lavoro della Fair Labor Association (FLA)“. Ma visto chi sponsorizza la FLA, a una simile domanda, sorge risposta spontanea… Venti ore di lavoro infernale, bastano?

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