La tensione rimane alta a Foxconn

Squadre di sicurezza che indossano elmetti antisommossa e scudi di plastica fanno le ronde all’impianto di Foxconn a Taiyuan, nel Nord della Cina. Foxconn, che impiega 1.2 milioni di dipendenti in 18 paesi, dalla Cina al Vietnam, fino al Messico, non è tornata al tran-tran di sempre. Dopo la maxi-protesta (una mobilitazione vera e propria, un riot, e non una rissa) fra 2000 operai e le guardie, nella fabbrica che ospita una forza lavoro di 79 mila persone, non è affatto calata la tensione. Che rimane alta.

In una fabbrica dove giovani operai lavorano in uno stile militare, ogni scintilla è buona per degenerare nella violenza. Queste parole dure le scrive Bloomberg, e non i No-global: “Le guardie qui usano modi da gangster per gestire le cose,” ha detto Fang Zhongyang, 23 anni, uscendo dai cancelli del campus. Plotoni in uniforme si mettono in formazione, mentre gli operai parlano con la stampa. Foxconn non ha assunto altre guardie, ma ha chiesto al governo cinese di monitorare la situazione. Il direttore del China Labor Bulletin  afferma che le guardie hanno un training minimo, sono recrutate in massa senza andare troppo per il sottile. La protesta sarebbe degenerata quando i contractors hanno risposto con eccessiva violenza, forse dopo una lotta nel dormitorio. Gli operai lamentano anche carenti condizioni igieniche: bagni sporchi, dormitori troppo affollati e rumorosi, e cibo di scarsa qualità.

Ad agosto Foxconn ha alzato i salari del 16% nell’impianto dove sono assemblati gli iPhone a Zhengzhou, anche se le nuove regole imposte dalla FLA sono state bypassate con la tratta degli stagisti. Ma le condizioni di vita dentro Foxconn rimangono troppo dure, soprattutto per giovanissimi, isolati ed annoiati operai, senza futuro. E il No Future dentro Foxconn, forse, è peggiore delle misere condizioni di vita e le durissime condizioni di lavoro.

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