Il torto marcio dell’FBI nel caso Apple.

Anche se dobbiamo tenere un atteggiamento Watchdog e guardingo verso aziende che traggono i loro legittimi ed enormi profitti dalla vendita di dispositivi, ciò non toglie che abbiamo il dovere di tenere la schiena drittissima verso quelle canaglie che vorrebbero imporre un plumbeo clima da Grande Fratello come se Edward Snowden non ci avesse mai raccontato il caso Prism e NSA.

Le organizzazioni pro-privacy e per i cyber-rights (diritti digitali) sono tutte schierate dalla parte di Apple (insieme a Microsoft, Google, Twitter, Facebook e Huawei), unite al grido: No backdoor!

Il torto marcio dell’FBI nel caso Apple è riassumibile in diversi punti:

1) L’FBI ha commesso un grave errore tecnico: il legittimo proprietario dell’iPhone 5C ha modificato la password dell’account iCloud, dopo che il telefono è stato acquisito come prova, impedendo agli ingegneri di Apple di effettuare un backup automatico su iCloud, dopo aver portato il dispositivo in area coperta da una rete WiFi nota all’iPhone. A quel punto, sarebbe stato facile recuperare i dati, decifrarli e fornirli finalmente agli inquirenti.

2) Questo orrore è stato casuale o è un cavallo di Troia per forzare Apple a rilasciare un software specifico, con backdoor?

3) Anche se l’FBI ha ribadito che tutto ciò che vuole è soltanto l’accesso all’iPhone di Farook, non è che sta usando il caso ApplevsFBI per introdurre delle backdoor nei maggiori software per smartphone? Nell’aprile del 2015 si era tenuta un’udienza in cui un team di avvocati del Bureau aveva tentato di convincere una Commissione del Congresso dell’urgenza di una legge specifica. Ma era stata una débâcle: l’FBI si era scontrata con un’opposizione bipartisan alla proposta.

4) Un memo segreto rivelato da Bloomberg, siglato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale a metà novembre 2015, dimostra che le autorità vogliono crackare gli smartphone e convincere il legislatore a cambiare leggi per aggirare la crittografia (crittografia adottata come risposta al caso NSA), per riportare le comunicazioni elettroniche sotto sorveglianza delle agenzie governative. Esiste una roadmap dell’FBI per convincere Washington e aizzare l’indignazione popolare contro la blindatura degli smartphone e seminare la paura nell’opinione pubblica contro la crittografia, involontaria complice dei terroristi?

5) Il caso #ApplevsFBI non vi sembra il terreno fertile ed ideale per creare un casus belli, un clima anti crittografia? In fondo, crackare un vecchio iPhone 5C privo di touch ID sembra alla portata non solo di John McAfee (che si è prestato gratis a risolvere il caso, senza ricorrere a backdoor), ma dei tecnici dell’FBI. Per risolvere il caso, sarebbe sufficiente modificare l’iPhone in modo che il device si spenga subito dopo l’inserimento di un codice sbagliato, bypassando la funzionalità della cancellazione dei dati dopo i “10 tentativi falliti”.

6) Perché l’FBI è convinta che il terrorista abbia usato il telefono di lavoro (quale era l’iPhone 5C) per scambiare informazioni cruciali sulla strage al centro disabili californiano, dopo aver disintegrato i propri device personali prima di compiere l’attentato di San Bernardino?

Apple, naturalmente, come Facebook in Brasile, difende il suo brand, la sua reputazione, il suo marketing: in poche parole, difende legittimamente la propria missione aziendale, la propria profittabilità (il 70% degli utili del colosso di Cupertino derivano da iPhone!). MA, qui, il lato oscuro della Forza non è nei legittimi interessi di una multinazionale – come sembrano adombrare Donald Trump ed FBI -, ma risiede nel pericolo dell’instaurazione di uno Stato di Polizia, di un Mondo senza Privacy.

Edward Snowden ha twittato tutti i punti oscuri del caso AppleVsFBI. Che ci piaccia o no Apple, non è questo il punto. IL punto è che una backdoor è un precedente pericoloso, insidioso e che segna un punto-di-non-ritorno. Non vogliamo delegare le nostre libertà digitali ad aziende private, ma neanche permettere ai governi di andare oltre il dettato costituzionale, arrogandosi nuovi poteri senza un analogo aumento della trasparenza e dei check-and-balances. Oltre lo stato di diritto. Non vogliamo precipitare nell’oscurantismo digitale. Come dice da sempre Tim Berners-Lee, padre del Web: “Privacy per i cittadini, Open data per i governi”. Già i server delle aziende più popolari si trovano oltreoceano e non in Europa (dove la legislazione sulla privacy è più rigorosa). Già la geo-localizzazione ed altre opzioni sono sempre più invadenti e minacciano ogni giorno la nostra privacy. Ma regalare backdoor al Guardiano del Mondo sarebbe – francamente – troppo.

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